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Intervista


Fanny Latour-Lambert

Vi siete mai chiesti cosa ci voglia per fare la foto perfetta? No, cari millennial, non sto parlando di una foto scattata con un iPhone, ma di una vera e propria foto che potreste trovare in una galleria d'arte, su un cartellone pubblicitario o in una rivista. Forse, si tratta di avere la giusta quantità di luce, un angolo interessante, un bel modello o un soggetto ispirante, il tutto poi migliorato dalla postproduzione. O forse si tratta semplicemente di essere nati con l'occhio giusto. È proprio di questo che parleremo questa settimana su TheCornerZine con la fotografa francese Fanny Latour-Lambert, che ci ha raccontato tutto ciò che c'è da sapere sulla fotografia. Continuate a leggere per saperne di più!

Da quello che vedo, credo che tu abbia sempre saputo che una carriera artistica era quello che faceva per te. C'è voluto solo un po' di pratica e sperimentazione per trovare la tua nicchia nell'industria. Puoi parlarmi meglio del tuo percorso, dei tuoi alti e bassi, e di tutto il resto?

In realtà, non credo di aver sempre saputo che avrei avuto successo in un qualcosa che avesse a che fare con la creatività e le immagini, però era un mio sogno! Tutto è cominciato dopo aver scoperto la fotografia ed esserne diventata ossessionata. Quando avevo 14 anni, facevo sempre foto, e alla fine ho attirato l'attenzione dei booker delle agenzie di modelle. A 17 anni, ho iniziato a fare degli scatti di prova e attirato l'attenzione di un booker in particolare, che mi ha introdotto al mondo della moda, facendomi conoscere stylist, hair e make-up artist. Tutto è cominciato da qui, e poi ha preso gradualmente forma.

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Vado sempre alla ricerca di emozioni senza tempo, mescolando le epoche fra loro e facendo sbiadire la linea di confine fra presente e passato.

Nata e cresciuta in Francia, ora vivi a Parigi, la magica ‘città dell'amore'. Trovi che questi ambienti fantastici influenzino il tuo stile fotografico e i tuoi lavori?

Anche se il mondo sta diventando sempre più moderno, c'è qualcosa in Parigi che penso non cambierà mai: trovo questa città magica, senza tempo. Direi che ha un certo impatto sulla mia fotografia, perché vado sempre alla ricerca di emozioni senza tempo, mescolando le epoche fra loro e facendo sbiadire la linea di confine fra presente e passato. Traggo molta ispirazione dai dipinti, film e documentari fotografici che vanno dal 1920 al 1970.


Sei apparsa su molte riviste internazionali, come The Wall Street Journal Magazine, GQ, Harper's Bazaar e ID, che sono tra le mie preferite in assoluto. Senza dover fare una scelta, preferisci fotografare la moda maschile o femminile?

Per me, è impossibile fare una scelta (Ride, N.d.R). Ognuna di queste mi permette di sviluppare personaggi e storie diverse tra loro, e se scatto troppo womenswear, allora voglio tornare alla moda maschile, e viceversa! Mi piace fotografare entrambe alla stessa maniera.


Ho notato che hai collaborato con diversi fashion editor e stylist per vari editoriali. Si tratta di una coincidenza o hai trovato una sorta di legame estetico mentre lavoravi con questi stylist? Puoi raccontarmi questi episodi? C'è un editoriale in particolare che ricordi e che ti è piaciuto scattare?

Tendo ad andare incontro a stylist con i quali condivido gusti e ispirazioni, che capiscono come i vestiti possano spingere la narrazione tre passi più avanti. Vengono sempre da background diversi dal mio, per cui c'è questo bel mix che raddoppia la creatività sul set. Per me, è importante avere una visione comune e lavorare nella stessa direzione, ma anche essere abbastanza diversi da spingerci in territori nuovi, sempre mantenendo la nostra identità. Quando trovo qualcuno così, tendo a lavorarci ancora, ancora e ancora! Tra gli editoriali più recenti che ho fatto, penso che le mie storie con Gaelle Bon e Gabriella Norberg siano tra le migliori che ho scattato quest'anno.


Parlami del lato tecnico della tua fotografia. C'è qualcosa di così grezzo e reale quando catturi un momento, e lo apprezzo davvero. Parlami del tuo processo creativo, dalle impostazioni della fotocamera da utilizzare al risultato finale.

A dire il vero, non ci sono impostazioni particolari, così come non c'è una fotocamera specifica. Tendo a tornare su un certo pattern di colori che viene per lo più realizzato sul set, abbinando gli outfit a seconda dello sfondo. Quindi, è tutto sui toni del pastello e forti rossi e verdi, una palette che definirei ‘da dipinto'. Vedo sempre i miei scatti come storie, e i modelli come personaggi, in modo tale da avere una pista da seguire. Cosa farebbe quel personaggio stando a chi è? Dove si troverebbe e come si sentirebbe? Mi accerto che ogni frame trovi il suo posto nella storia. Finisco il lavoro su photoshop, dove metto a punto la luce e i colori, e sviluppo la mia palette. Il processo di postproduzione si sviluppa in 18 layer, che edito a seconda della luce, del mood e della palette, ma la base rimane la stessa. Questo mi permette di avere una continuità tra le mie foto, anche se provengono da posti diversi. La storia che c'è dietro è alquanto stupida: ero in un museo in Scozia tempo fa, e c'era questa sezione dove mostravano il processo di restauro di un dipinto. Sono rimasta ammaliata dai colori e dalla luce che la patina formatasi, col tempo, sulla superficie dei dipinti li aveva dato. Ho pensato che fossero migliori prima del restauro, e questo mi ha ispirato a ricreare questo effetto nelle mie foto.


Immagino che, in quanto fotografa, tu abbia avuto diverse fotocamere nel corso degli anni. Quale brand e modello è stato il tuo preferito fino ad ora?

Direi che è di default, dato che all'inizio ne ho presa una che potevo permettermi e ho poi iniziato a comprare le lenti, per cui sono dovuta rimanere su quel brand. È da un po' che uso una Canon. In ogni caso, ho anche una Fujifilm digitale, che è una delle fotocamere che uso quando sono in viaggio. Ne ho anche di medio formato, ma non pubblico mai qualcosa che ho scattato con una di queste fotocamere, perché non mi piace il modo in cui ‘cambiano’ il mio stile. Cerco sempre di lavorare sullo stile, prima di tutto. In più, ho una Zenit che mi piace molto e che uso più che altro per avere un riferimento sui colori, per poi mimarli negli scatti digitali, dato che non pubblico mai le versioni analogiche. Per ultima, ma non per importanza, una Polaroid Lend che uso parecchio, anche se sto finendo la carta. Non posso sbarazzarmi di nessuna di loro! (Sorride, N.d.R). Quindi, no, nessuna preferenza.


Immagino anche che viaggi molto! Certamente, avrai visto ed esplorato alcuni tra i posti più belli del mondo. Tra questi, quale città occupa un posto speciale nel tuo cuore? E quale si meriterebbe il secondo posto?

Non sono mai stato un grande fan dell’America, e New York è, per me, una tra le città più stressanti in assoluto. Sorprendentemente, L.A. mi è piaciuta molto! Mi emoziono sempre quando ci vado, nell’incontrare persone grandiose, divertirmi e tornare a casa con oggetti risalenti agli anni '70. Il secondo posto se lo prende Lomé, per via di un viaggio spettacolare che ho fatto, per un progetto personale, con un team che amo. Ho imparato molto da questa esperienza e conservo dei bei ricordi.


Tutto questo viaggiare deve portare con sé molta solitudine e difficoltà con il fare e disfare le valigie! (Ride, N.d.R). Ovviamente, hai bisogno della tua fotocamera e dei tuoi accessori, ma cos'altro porti in valigia?

In verità, porto solo la mia piccola Fujifilm, e il resto dell'equipaggiamento lo prendo in prestito per il lavoro sul set, quindi viaggio molto leggera. Riesco a portare tutto in un bagaglio a mano e in uno zaino il 90% delle volte. Faccio le mie valigie in modo da far spazio per alcuni pezzi vintage che potrei trovare durante il viaggio. Compro solo abiti vintage, e viaggiare offre una grande varietà di stili e colori, quindi ogni volta faccio una piccola sessione di shopping.


Fanny, lavorando come fotografa anche per l'industria della moda, avrai incontrato diverse personalità e sperimentato diversi stili. Descrivimi il tuo stile, è cambiato da quando lavori in quest’industria?

Credo che, avendo cominciato molto giovane, la mia evoluzione abbia a che fare con la mia crescita e il capire che tipo di persona io sia, rispetto a chi avessi attorno. La moda può essere dura, ma c’è una cosa per la quale sono davvero grata: l'identità, la personalità e la creatività sono sempre premiate, e non mi sono mai sentita così libera di essere me stessa e diventare ciò che voglio. Ho cominciato a lavorare a tempo pieno a 18 anni e, da allora, non mi sono mai sentita giudicata per come mi vesto, i miei gusti o lo stile di vita: è molto liberatorio!


Fanny, che libro e film consiglieresti a chi è interessato alla fotografia, affinché possa fare foto migliori e immortalare dei momenti in maniera fluida, proprio come fai tu?

Credo che la pratica sia la miglior insegnante. Infatti, non sono mai stata una persona 'teorica'. Per ogni obiettivo che ci si pone in ambito fotografico, si devono prendere in considerazione degli aspetti molto diversi tra loro. Per quanto mi riguarda, le mie foto devono essere senza tempo e in un certo qual modo reali, e per questo ragione raccomanderei dei libri su fotografi documentaristici/ritrattistici (come Paul Strand, Cristina Garcia Rodero e Mary Ellen Mark).


Finiamo parlando del futuro. Dove ti vedi tra sette anni? Hai realizzato alcuni dei tuoi sogni?

Sono terribile quando si tratta di fare progetti che vadano oltre un mese, quindi non ne ho idea! Anche se forse è meglio così, almeno mi sorprendo! (Sorride, N.d.R.).


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La moda può essere dura, ma c’è una cosa per la quale sono davvero grata: l'identità, la personalità e la creatività sono sempre premiate, e non mi sono mai sentita così libera di essere me stessa e diventare ciò che voglio.

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