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Intervista


Venerus

Si definisce uno “zingaro” ma ha già le idee in testa molto chiare. Lui è Venerus, all’anagrafe Andrea Venerus, classe 1992 e originario di Milano. Cantautore, musicista e produttore, ha da poco debuttato con un proprio progetto musicale, dopo un’esperienza accademica di 5 anni a Londra. A noi non resta che ascoltare la sua voce suadente e scoprire il suo sound tutto nuovo. Bentornato a casa Venerus!

Sei un artista completo. Canti, scrivi e suoni. Ripercorriamo a ritroso i tuoi primi passi partendo dall’ultima fra queste doti. Quali strumenti musicali sai suonare e a che età hai iniziato ad applicarti?

Canto da quando sono un bambino, ho sempre cantato ascoltando la musica e non. Poi a 15 anni ho preso le prime lezioni di chitarra, che mi servirono a strimpellare mentre cantavo le canzoni che mi piacevano. A 18 anni mi sono iscritto in accademia dove mi sono diplomato in chitarra. Nel corso degli anni di studio però mi accorgevo che mi interessava la visione d’insieme piuttosto che lo strumento in sé, quindi da autodidatta ho imparato a suonare il piano, il basso e a produrre. Ora mi piace in particolare modo produrre, e suonare le cose di cui ho bisogno mentre lo faccio.

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A 18 anni mi sono iscritto in accademia dove mi sono diplomato in chitarra. Nel corso degli anni di studio però mi accorgevo che mi interessava la visione d’insieme piuttosto che lo strumento in sé, quindi da autodidatta ho imparato a suonare il piano, il basso e a produrre.

Quando, invece, hai iniziato a scrivere e a comporre i primi pezzi? Rivelaci titolo e contenuto del tuo primissimo testo.

Il primissimo pezzo a 18 anni, ma non ne ricordo né il titolo né il testo. Sicuramente parlava di solitudine però…


La scrittura è una qualità innata ma che necessita di continue e vivide sollecitazioni. Esistono autori o opere letterarie che ispirano il tuo stile espressivo?

Al momento non qualcuno in particolare, diciamo che come scrivo adesso è più lo sviluppo di come ho imparato a cominciare a scrivere. Da ragazzino ho letto tanta letteratura russa e molta poesia. Ora sto leggendo Gabriel García Márquez e mi piace molto.


Amore, rabbia, nostalgia o tristezza: nel tuo caso, quale emozione tende a stimolare la scrittura? E qual è, invece, lo stato d’animo dominante in questa fase della tua vita?

Direi che tutte queste cose assieme tirano fuori sfumature diverse del mio ragionare. In questo momento della mia vita c’è in particolare modo l’amore, e meno la solitudine. Anche se quando questa arriva ha dei picchi acuti e molto intensi.


Passiamo al canto. Durante le esibizioni live indossi delle maschere sul viso. Che cosa rappresentano?

In verità la prima e unica volta che ho indossato la maschera era a Milano. Ci tenevo che quella fosse una performance più intensa del solito, e per me sicuramente lo è stata. A pochi minuti dal concerto pensavo “Ma perché lo sto facendo??”. Dopo poco tempo dall’inizio del concerto mi son ricordato che quello che stavo facendo era arricchire il mio concerto del mio immaginario. Sicuramente non lo rifarò uguale, ma chissà, mi verranno altre idee…


Con quale musica sei cresciuto? Mentre quali sono, in questo momento, i tuoi preferiti su Spotify?

Rolling Stones, Miles Davis, Chet Baker, la discografia di mio padre. Ora su Spotify ascolto di tutto, tanto rap, tanta techno/house, ancora tanto jazz. Ho una playlist sul mio profilo che aggiorno, lí trovate un po’ delle cose che sto ascoltando.


Congediamoci dalla musica e consociamo meglio Andrea. Cosa fai quando non scrivi, canti o suoni?

Produco anche altri artisti. Poi sto in giro, mi invento progetti, faccio serata molto regolarmente, cerco di viaggiare quando riesco, giro in moto.


Sei nato a Milano, hai vissuto a Londra, hai abitato a Roma. Racconta quale quartiere preferisci in ognuna di queste città.

Ora vivo a Milano di nuovo dall’estate. A Milano sono dedito al mio quartiere San Siro anche se la città mi piace tutta. A Londra amo Brixton e Notting Hill. A Roma ho un rapporto un po’ intenso ma bello con San Lorenzo, ma mi piacciono mille zone… Trastevere, Centocelle, Piazza Vittorio.


Come tanti giovani italiani, ti sei trasferito all’estero per trovare la tua strada. Come e perché hai maturato la decisione di tornare a casa?

Avevo registrato un disco a Roma e tutto ad un tratto Londra (dove avevo appena finito di studiare) mi si è un po’ spenta. Più che altro perché sono sempre stato zingaro, e non riesco a stare in un posto troppo a lungo. Poi in generale l’idea di provare a fare il mio percorso nel mio paese, e poi dove sono cresciuto è diventata una priorità.


Nel tuo bagaglio di esperienze londinesi, quale ricordo conservi più orgogliosamente e quale esperienza ti ha lasciato con l’amaro in bocca?

Ricordo il tempo passato realmente da solo in giro per la città, con le mie scoperte e avventure. Lo studio mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca perché speravo di trovare più persone simili a me, ma in accademia la maggior parte delle persone sono lì per lo strumento piuttosto che per la voglia di creare la loro musica.


Immagina di avere davanti a te una bilancia. Da una parte l’autocritica, dall’altra le critiche degli altri. Quanto pesano nel tuo percorso di crescita?

L’autocritica è molto più importante. Le critiche degli altri non mi preoccupano, sono più che altro un monito per capire come la gente reagisce al mio lavoro, ma davvero non mi spaventano. So che la mia ricerca non è troppo di moda e avrà bisogno dei suoi tempi per arrivare al pubblico, ma va bene così.


Confessa un tuo sogno e una tua fobia.

Un feat internazionale o una produzione ad artisti internazionali tipo Octavian. Però più che un sogno è qualcosa che voglio realizzare. Se intendi sogno come “sogno” allora fare un concerto in mezzo al mare senza palco fluttuando sull’acqua. Sono invece claustrofobico e spesso questa cosa mi crea dei problemi.

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Le critiche degli altri non mi preoccupano, sono più che altro un monito per capire come la gente reagisce al mio lavoro, ma davvero non mi spaventano.

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